Gli Harlem Globetrotter

una squadra – mille record

 

 

Abe Saperstein, il piccolo del sarto polacco,ogni sera li guardava affascinato come fosse sempre la prima volta. Quando Ethel Wathel attacava "Sweet Georgia Brown" e la gente che affollava il Savoy Ballroom di Chicago faceva cerchio attorno alla pista da ballo incitando ballerini e musicisti a un ritmo sempre più veloce, lui se ne stava per ore e ore a guardare incantato i virtuosi del tip tap che disegnavano un otto al centro della pista, mentre le big band facevano vibrare le corde più profonde del suo innato senso dello spettacolo. Non gli ci volle molto a convincere alcuni di quei virtuosi con lui per formare una squadra di basket che si esibisse nei giorni di chiusura del Savoy Ballroom; non ci si volle nemmeno molto per darle il nome di Savoy Five. Quando il South Side di Chicago stava diventando ormai troppo stretto per loro, ecco la decisione dei proprietari del locale di chiudere tutto e di fare del vechio tempio del jazz una pista di pattinaggio su ghiaccio. Quel giorno, Mr. Saperstein padre, vide entrare nel suo negozio il giovane Abe con una decina di maglie sottobraccio e un pacchetto di stelle d'oro che gli chiese di cucire sulle vecchie uniforme di Savoy Five. Dopodichè si mise lui stesso al lavoro e ritagliò nella stoffa le lettere che avrebbero fomato il nome della sua nuova squadra : "HARLEM GLOBETROTERS". Anche se nessuno dei giocatori di allora era nato a New York, Saperstein, con il nome Harlem, voleva far capire immediatamente alla gente che la squadra era formata solo ed esclusivamente da giocatori neri. E anche se nassuno di loro era ormai uscito dai confini di Chicago,con il loro termine "Globetrotters" il piccolo polacco voleva egualmente far capire che la squadra non avrebbe avuto una sede ma avrebbe giocato contro chiunque e dovunque. L'esordio avvenne il 7 gennaio 1927 a Hincley, Illinois, e l'incasso fu di 75 dollari. I nomi dei primi Trotters? Walter "Toots" Wright, Byron "Fat" Long, Williams "Kid" Oliver, Andy Washingtone All "Run" Pullins. Unica riserva, con funzioni di autista, allenatore dirigente lo stesso Abe Saperstein, davvero poco credibile con il suo metro e 60 di altezza e, soprattutto, con la sua pelle bianca. Ma, in un periodo in cui ai giocatori era percluso l'accesso alle squadre professionistiche, non occorse molto all'intraprendente Abe per reclutare ottimi talenti neri un po' dovunque e cominciare a vincere in ogni angolo degli Stati Uniti partite "vere" che, in breve, fecero degli Harlem la squadra più temuta di tutto il Paese. Nessuno voleva più correre il rischio di giocare con loro. E allora, per evitare di restare senza lavoro, Saperstein ebbe la grande trovata: non più basket giocato ma basket recitato, non più agonismo ma spettacolo, in cui il risultato era secondario rispetto al fine di divertire gli spettatori. Nascevano in quel momento gli Harlem cosi come sono giunti sino ai giorni nostri e come li ha conosciuti il pubblico di tutto il mondo.

 

 

Saperstein, ricordando i giorni felici del Savoy Ballroom, volle che "Sweet Georgia Brown" diventasse la colonna sonora delle loro esibizioni e che la ruota eseguita a velocità supersonica come usavano i grandi ballerini si trasformasse nel marchio di fabbrica dei suoi virtuosi del canestro. Così fu: e da quel giorno, per oltre sessant' anni i suoi Harlem hanno portato in giro per il mondo uno spettacolo unico nel suo genere che ha avuto il merito di fare conoscere il basket nella sua forma più immediata e spettacolare a milioni di persone sparse nei suoi cinque continenti. I suoi ambasciatori divennero Goose Tatum e Meadowlark Lemon, inimitabili inventori di gags; ma non si può dimenticare che nelle file degli Harlem passarono anche campioni come Wilt Chamberlain e Connie Hawkins. Quando Abe Saperstain morì nel 1966, la sua creatura aveva avuto l'onore di giocare di fronte a un papa, di avere portato ad un incontro di basket una folla recor di 75 mila spettatori, di aver varcato, prima formazione americana, la cortina di ferro. Per poter soddisfare le richieste che piovevano da ogni angolo del mondo aveva formato diversi gruppi che si esibivano contemporaneamente con la celebre maglia biancorossoblu, portandosi appresso ciascuna il proprio campo di gioco made in Hong Kong. I suoi eredi vendettero la squadra per 3 milioni di dollari: non male, se si pensa che solo quarant'anni erano passati da quando, nel 7 gennaio del '27, erano stati incassati quei primi 75 dollari.