ISIAH THOMAS

 

Isiah Lord Thomas III è nato a Chicago, Illinois, il 30 aprile 1961.

Alto poco più di 1,82 m, è il leader di tutti i tempi in punti, assist, palle rubate e partite giocate dei Detroit Pistons

, squadra dalla quale fu scelto nel draft del 1981 alla seconda chiamata assoluta.

Vinse il titolo NBA due volte consecutivamente nelle stagioni 1988-1989 e 1989-1990, insieme ad altri giocatori celebri come Joe Dumars, Dennis Rodman e Bill Laimbeer. Fu inserito nella Basketball Hall of Fame

 nel 2000.

Ricopre attualmente il ruolo di allenatore/general manager nei New York Knicks

Queste le sue principali onorificenze

1980 - Convocato nella nazionale olimpica

1981 - Membro del NBA All Rookie Team

1982-1993 Partecipa a 12 edizioni del NBA All-Star Game

1984 / 1986 Viene eletto come miglior giocatore dell'All Star Game

1989 / 1990 Campione NBA

1990 Miglior giocatore delle finali

1996 Inserito tra i migliori 50 giocatori NBA di tutti i tempi

 

La sua vita non è staata facile : nato nel difficile quartiere del West Side, uno dei più poveri e pericolosi della città, tempestato dalle scorribande di bande giovanili, Isiah era l'ultimo di nove figli. Il padre abbandonò casa e famiglia quando era ancora un neonato. Crebbe nella miseria e nella disperazione tipiche di certe zone degli States. Un giorno i reclutatori di una delle tante gang che affollavano il West Side, bussarono alla porta di casa Thomas per fare proseliti.
Mamma Mary imbracciò il fucile a canne mozza e minacciò di far fuoco. Isiah aveva solo cinque anni ed assistette impietrito alla scena. Ma era difficile opporsi alla violenza di chi era abituato a comandare. Isiah vide i suoi fratelli maggiori finire nel baratro della droga, risucchiati dalle bande, perdersi fra la polvere del West Side.
Lui era il più piccolo. Era protetto da tutti. Forse fu questo a salvarlo.

Quella di Zeke, come sarà ribattezzato in seguito, è la classica storia del ragazzo che vede nel basket l'unica speranza di venir fuori da una vita che non promette nulla di buono.


A 3 anni palleggiava così bene che si esibiva nell'intervallo delle partite della lega cattolica.
A 13 anni scelse l'High School che potesse dargli i migliori fondamentali di basket, incurante della distanza da casa.
Andò alla St. Joseph's di Weichester.
Ogni mattina si alzava alle 5.30 per essere lì in tempo per le lezioni.
Vinse il titolo dello stato nel 1978. Nel 1979 fu incluso fra i migliori High Schooler d'America.
Portò a termine gli studi fra mille difficoltà, spronato da quel basket che iniziava a diventare la sua vita, il suo futuro.

Come college aveva decine di richieste, ma scelse Indiana impressionato dalla grinta dell'immenso Bobby Knight.
Il rapporto fra i due, come normale fosse, non è stato sempre idilliaco. Ma fu ad Indiana che iniziò a prendere corpo la favola di questo fantastico playmaker nero dal sorriso radioso, alto poco più di 1.80.

Al primo anno ad Indiana, Isiah segnò 14.6 punti e smazzò 5.5 assist a partita.
L'anno successivo fu selezionato per partecipare alle Olimpiadi di Mosca. Ma il boicottaggio da parte degli USA lo privarono dell'esperienza.

Nel 1981 il diciannovenne Thomas portò gli Hoosiers alla vittoria del titolo NCAA.
Nella finale contro North Carolina segnò 23 punti e rubò i due palloni decisivi che portarono Indiana sul più cinque finale.
Fu nominato MVP del torneo.

L'anno successivo passò professionista, nonostante l'opposizione di Knight.
Isiah però aveva bisogno di soldi per aiutare la famiglia. Per toglierli dal sobborgo di Chicago in cui avevano conosciuto la fame, la disperazione, la miseria.
Promise tuttavia a mamma Mary che un giorno sarebbe tornato al college per terminare gli studi.

Thomas fu scelto dai Detroit Pistons con la seconda chiamata assoluta al draft del 1981, preceduto solamente dal suo compagno d'infanzia (nonché futuro compagno di squadra) Mark Aguirre, chiamato da Dallas.

Sei anni dopo, il giorno della festa della mamma, tornerà ad Indiana per prendersi la laurea e mantenere la promessa.

Il primo anno in NBA Zeke segnò 17 punti e smazzò quasi 8 assist a partita, finendo nel primo quintetto rookie. Fu convocato al primo dei suoi 13 consecutivi All Star Game.

L'anno successivo assunse definitivamente il ruolo di leader della squadra. Segnò 22.9 punti a partita, la media più alta della sua carriera.
L'intera lega iniziava ad accorgersi di questo piccolo grande uomo dal sorriso ammaliante che sembrava addirittura voler contendere a Magic Johnson l'indiscusso primato di miglior playmaker della lega.

Nel 1983 arrivò sulla panchina dei Pistons Chuck Daly e i rossoblu di MoTown divennero da subito una squadra da Playoffs. Thomas rimpinguò notevolmente il numero dei suoi assist.

Nella stagione 1984-85, la quarta di Thomas, il numero 11 dei Pistons smazzò 13.9 assist a partita, la media più alta fino ad allora mai registrata nella lega, superata in seguito solo dai 14.1 assist dati via da Stockton nel 1989-90.

Fu per la seconda volta consecutiva primo quintetto della lega. Lo sarà anche l'anno successivo per un totale di 3 primi quintetti NBA, in un'epoca in cui nel ruolo di play imperversava un certo Magic Johnson.
Fu MVP dell'All Star Game nel 1984 e nel 1986.

Thomas cresceva. I Pistons pure. Erano una squadra giovane e combattiva, la cui principale arma era la difesa.
Attorno alla splendida regia di Thomas ruotavano giocatori che univano un mix di tecnica, forza fisica, ottime capacità difensive e notevole cattiveria agonistica.

Dietro spiccava un backourt solido e capace. Joe Dumars, una guardia dalle spiccate doti difensive, ma dotata di un brillante gioco in attacco. Vinnie "The Microwave" Johnson, soprannome datogli dal bostoniano Danny Ainge, per la rapidità con cui Vinnie, provenendo dalla panchina, sapeva dare il suo contributo alla partita, scaldandosi velocemente.

Ad un backourt di primissimo livello si aggiungevano il top scorer Adrian Dantley, veterano e stella affermata nel panorama NBA, i rimbalzisti Bill Limbeer, centrone bianco, duro ed intimidatore, e Rick Mahorn. Infine due ali difensive aggressive quali Dennis Rodman e John Salley.
Ben presto quella squadra sarebbe divenuta famosa in tutto il mondo con il nome di Bad Boys.

Si è detto e scritto tanto su quei Pistons.
La loro cattiveria, la loro difesa, la loro aggressività, le loro personalissime regole, la prima delle quali recitava più o meno: "Se un avversario cade a terra mai aiutarlo a rialzarsi".

Thomas con la sua faccia d'angelo e il sorriso a 32 denti sembrava l'anima candida della squadra, ma in realtà ne era l'ispiratore. Nel bene e nel male.
La sua feroce determinazione, la sua voglia di vincere, anche la sua cattiveria, erano il motore dei Bad Boys.

Lo chiamavno “The baby-faced assassin” perché prima ti sorrideva, poi ti uccideva.
Il sorriso più falso della NBA, si diceva di lui. Ma Thomas non se ne curava.
Soffriva come tanti altri prima e dopo di lui, la mancanza di un titolo , e questo acuiva la sua determinazione, la sua cattiveria in campo, le sue doti di leader.

Nel suo gioco si fondevano le migliori doti dei più grandi playmaker del passato e del presente, in un mix pressoché perfetto. Sapeva passare la palla come pochi, ma era anche un realizzatore sopraffino, capace di notevoli exploit. Non aveva il minimo problema a cercare l'uomo libero, ma anche la minima esitazione quando doveva prendere in mano la partita, caricarsi la squadra sulle spalle, prendersi responsabilità e tiri decisivi.

Nel 1987 i Pistons arrivarono ad un soffio dalla finale NBA.
Vinsero 52 partite in stagione regolare, superarono al primo turno di playoffs i Washington Bullets per 3-0, rifilarono un secco 4-1 agli Hawks di Dominique Wilkins, quindi si ritrovarono ad affrontare in finale di Conference i terribili Boston Celtics di Larry Bird, campioni in carica.

La verve e la voglia dei Pistons contro il talento e l'esperienza dei Cetlics. In pochi potevano immaginarlo, ma ne sarebbe nata una serie storica. Tirata, combattuta, sofferta, fatta di scontri davvero duri e di sonore scazzottate .

Come da copione, Boston vinse le prime due gare al Garden, trascinata da Bird. Ma a Detroit successe l'incredibile.
122 a 104 il risultato di gara 3. Addirittura 145 a 119, quello di gara 4.
I Pistons avevano letteralmente asfaltato i Celtics.

I ragazzi del Michigan realizzarono che ce la potevano fare. Giocarono una gara 5, al Boston Garden, intensa ed agguerrita fin dal primo minuto. Ad una sparuta manciata di secondi dalla fine, Boston era addirittura sotto di uno e Detroit aveva l'ultimo possesso. Poteva essere la fine di ogni speranza per la gloriosa squadra in maglia verde. Perdere quella gara 5 avrebbe significato andare a giocare la decisiva gara 6 a Detroit, dove i Celtics erano già stati massacrati nelle due precedenti partite. Ma Bird ancora una volta si rifiutò semplicemente di perdere.
Isiah Thomas effettuò la rimessa in gioco per Bill Laimbeer, ma un secondo prima che la palla arrivasse fra le mani del centro dei Pistons, Bird scattò e rubò la sfera. Sembrò quasi che lo slancio per il recupero potesse trascinare il biondino in maglia 33 fuori dal campo, ma Bird, in una maniera incomprensibile ai comuni mortali, riuscì a mantenere un precario equilibrio sul filo della linea e a servire Dennis Johnson lanciato in transizione per il canestro della vittoria.

 

108-107, Celtics. Serie sul 3 a 2.

Thomas che fino a quel momento era stato pressoché perfetto ed aveva disputato una serie magnifica, aveva commesso l'errore fatale che era costato la gara e forse la serie ai suoi Pistons. Il giorno dopo era teso, frustrato. Ma ciò non spiega completamente quello che avvenne. Il giovane rookie Dennis Rodman, dichiarò infatti alla stampa che "Bird sarebbe stato soltanto un buon giocatore come tanti, se fosse stato nero". Alla frase del giovane Rodman nessuno prestò troppa attenzione. Sembrò a tutti la sparata idiota e razzista del classico ragazzo dal passato difficile. Ma quando a dire che la pensava alla stessa maniera fu proprio la stella della squadra, quell'Isiah Thomas, icona e simbolo della NBA nel mondo, quasi al pari degli stessi Magic e Bird, scoppiò la polemica. Addirittura la NBA arrivò in seguito a costringere Thomas a volare fino a Los Angeles, dove Bird stava giocando le finali, per chiedere scusa all'avversario.

Scuse accettate, ma la pace fra i due non fu mai siglata. Quando Bird, parecchi anni dopo, assunse il ruolo di presidente ad Indiana, la prima cosa che fece fu licenziare il coach Thomas.

In piena bufera, i Celtics persero gara 6 a Detroit. La serie andò sul 3 a 3. Tutto era rimandato alla decisiva gara 7.

Al Garden, Bird si prese
la sua personalissima rivincita. Segnò 37 punti, catturò 9 rimbalzi, smazzò 9 assist e recuperò 5 palloni, per il successo finale e sofferto per 117 a 114 dei suoi Celtics. Un successo difficile, maturato dopo una nuova clamorosa e terribile battaglia.

Se come uomo non ne uscì benissimo, da un punto di vista prettamente cestistico però, Thomas uscì da quelle serie rinvigorito. I Pistons finalmente venivano visti come una squadra da titolo e Isiah come il loro, ineguagliabile, carismatico leader. A conferma di ciò, l'anno dopo (1987-88) Detroit arrivò a disputare la finale NBA.

Nei Playoffs eliminarono in cinque gare i Chicago Bulls dell'astro nascente Jordan, fresco MVP di stagione e difensore dell'anno. Nella finale della Eastern, la giovane Detroit aggredì letteralmente sul piano fisico Boston, prendendosi la rivincita dell'anno prima. I Pistons si imposero due volte al Garden, rovesciando il fattore campo e chiusero la serie in 6 gare. Coloro che ormai erano noti in tutto il mondo come i Bad Boys erano pronti a giocare per l'anello.

Avversari i Los Angeles Lakers campioni in carica e pronti alla storica doppietta. Anche quella fu una serie memorabile. Prima di gara 1 Thomas e l'amico fraterno Magic si baciarono a centrocampo. Il primo bacio fra due avversari in una finale nella storia della lega. Bacio che a suo modo fece scalpore, soprattutto fra le comunità nere. Un già allucinato Rodman commentò a tal proposito: "Un bacio a Magic? No, se non sono almeno ufficialmente fidanzato con lui.


Poi fu palla a due. Poi fu guerra

Gara 1 si giocò
al Forum. Era il 7 giugno 1988. Due filosofie agli antipodi. Come nella migliore tradizione americana.
Da un lato lo showtime delle stelle losangeline, dall'altro la rabbia e la grinta dei cattivi ragazzi di Detroit.

Nella prima partita, arrivò subito la sorpresa. Adrian Dantley mise 14 tiri su 16 tentativi e guidò la sua squadra ad imporsi per 105 a 93 al Forum, rovesciando il fattore campo. Los Angeles apparve, come Chicago e Boston, incapace di sfuggire all'asfissiante, ineguagliabile ed ineguagliata pressione della difesa di Detroit.

La serie si mantenne comunque equilibrata. Gara 5, sul risultato di 2-2, si giocò al Pontiac Silverdome di Detroit davanti ad oltre 41.000 spettatori. I Lakers scesero in campo pronti a tutto. Partirono con un eloquente 12 a 0 ed un gioco fisico ed aggressivo. Ma metterla sul piano fisico contro quei Pistons equivaleva ad un suicidio collettivo.

Parole di Adrian Dantley:

Sembravano volessero provare a dimostrarci che sapevano giocare anche loro in maniera aggressiva. Sembrava volessero dirci "Hey, siamo capaci anche noi di giocare così!". Ma quello non era il loro gioco. Era il nostro. Volevano batterci sul nostro terreno. Dopo poco, i loro uomini migliori erano tutti in panca con problemi di falli!"

Fu un massacro: Dantley segno 25 punti, 19 dei quali nel primo tempo. Vinnie Johnson segnò 12 dei suoi 16 punti complessivi nel primo tempo. Dumars realizzò 19 punti tirando col 70% dal campo. Thomas fece il resto, guidando i suoi alla vittoria come un magnifico direttore d'orchestra.

Gli ultimi minuti di gara furono giocati con tutto il pubblico di Detroit in piedi ad applaudire.

Sul 3 a 2 per Detroit la serie tornò a Los Angles per le due gare decisive.

La storia era dietro l’angolo. Ad inizio terzo quarto di gara 6, i Pistons erano sotto di 8 punti (56-48).
Ma
Isiah Thomas diede via al suo personalissimo show. Realizzò 14 punti consecutivi, in completa trance agonistica.
Mise dapprima due liberi. Poi realizzò un canestro dopo un rimbalzo offensivo. Quindi completò il tutto con 4 jump consecutivi dalla media, un tiro da sotto ed un lay up.

Ma non era finita lì. A poco meno di quattro minuti dalla fine del terzo periodo Thomas si scontrò con Michael Copper, cadendo rovinosamente al suolo. L'infortunio che rimediò alla caviglia destra parve subito molto serio ed il numero 11 rossoblù si accomodò in panchina dolorante. Esattamente 35 secondi dopo, Isiah era già in campo. Zoppicando, riprese la sua difficile battaglia solitaria contro i Lakers.  Mise altri 11 punti con una caviglia in condizioni rovinose, portando i suoi sul più due (81 a 79) e firmando una delle più grandi prestazioni di sempre. In quel terzo periodo Thomas realizzò 25 punti con 11 su 13 al tiro. Questo score rappresenta tuttora un record nella storia delle finali NBA per il maggior numero di punti siglati in un quarto.

"Quello che ha fatto Isiah nel terzo quarto è stato incredibile. Non ho mai visto una cosa del genere" sarà il commento dello stesso Riley nella conferenza stampa post-partita.

La superba prova del play dei Pistons (complessivamente 43 punti, 8 assist, 6 recuperi e l'attonito rispetto degli avversari e di tutto il mondo sportivo) non bastò però alla vittoria dei Pistons. I Lakers vinsero gara 6 e gara 7 trascinati da uno stupefacente James Worthy (36 punti, 16 rimbalzi e 10 assist nella decisiva settima partita), coronando il sogno dell'agognata doppietta e mantenendo fede alla promessa di Riley.

Ma la rivincita sarebbe ben presto arrivata. L'anno successivo (1988-89) i Pistons chiusero la stagione con un record di 63 vittorie e 19 sconfitte, dopo aver portato a Detroit Marck Aguirre in cambio di Dantley.

Sette giocatori della squadra chiusero la Regular con più di 13.5 punti a partita, splendido tributo alle doti di playmaker di Thomas.

Ai Playoffs i Pistons sweepparono facilmente i Celtics in 3 gare e i Bucks in 4.
In finale di Conference c'erano i Bulls di Jordan. Fu in questa serie che il capolavoro difensivo di Detroit toccò il culmine.
Nacquero le famose e famigerate Jordan Rules, tese a fermare il giovane e straripante 23 dei Bulls.
Jordan si trovò isolato a lottare contro tutti. Gli altri Bulls e soprattutto Pippen furono annichiliti dai Bad Boys. I Pistons vinsero in 6 gare. Gara 6 fu disastrosa per Scottie Pippen che a fine partita si giustificò adducendo una forte emicrania.

Detroit volò in finale. La seconda finale consecutiva. La prima vittoria. I Lakers furono spazzati via con un 4 a 0 che non ammetteva repliche e che vendicava ampiamente la sconfitta dell'anno prima in gara 7.
Era titolo. Il primo per Thomas. Il primo nella storia dei Pistons.

Gara 4 era stata l'ultima partita in carriera del 42enne Jabbar. Si ritirava dopo una ventennale carriera uno dei primi 3 centri di tutti i tempi, il miglior realizzatore di sempre della lega.

L'anno dopo i Pistons bissarono
il successo. Il terzo back to back nella storia della lega, dopo i Celtics degli anni '60 e i Lakers di due anni prima. A metà stagione Detroit piazzò un parziale di 25 vittorie e 1 sconfitta, sbaragliando ogni sorta di concorrenza.

Nei playoffs un'altra cavalcata vincente. Un'altra vittoria in finale di Conference contro i Bulls e contro Jordan. Un'altra prova disastrosa di Pippen, al minimo storico come giocatore NBA.

Poi la finale contro i Trail Blazers
. In difesa Thomas annullò il suo diretto avversario Porter.
Isiah andava molto orgoglioso delle sue doti difensive, sebbene spesso erano messe in secondo piano dai suoi grandi exploit offensivi. In attacco infatti fu semplicemente devastante.

In gara 1 segnò 16 dei suoi 33 punti nell'ultimo quarto, portando i suoi alla vittoria in rimonta.
In gara 4 ebbe 22 punti solo nel terzo quarto.
In gara 5 finì con 20 punti solo nel primo tempo spianando il successo ai suoi, per poi smistare l'assist della vittoria a Vinnie The Microwave Johnson.


Fu l'Mvp della finale. Era l'apice della sua carriera.

"Potete dire quello che volete su di me, ma non potete dire che non so come si vince" il commento di Zeke a fine serie.

L'anno successivo, Thomas tornò ad essere l'antipatico e odiato giocatore di sempre. In una gara di regular season contro Utah subì una gomitata da Malone che gli fracassò il cranio ed ebbe bisogno di 35 punti di sutura. Rimase fuori dai campi di gioco per buona parte di stagione.

In finale di Conference contro i Bulls la musica cambiò.
Jordan giocò da squalo. Era il 1991 e si apprestava a vincere il primo titolo della sua carriera.
I Bulls vinsero contro i Pistons, campioni in carica, e Isiah guidò i suoi negli spogliatoi senza attendere la fine della partita, per non rendere omaggio agli avversari.

"Il momento più nero, quello di cui mi rincresce di più" commenterà in futuro Thomas. "Una palese mancanza di sportività. Se potessi rivivere quel momento mi comporterei in maniera diversa. In uno stato emotivo come quello in cui mi trovavo è stata una scelta sbagliata, ed un atteggiamento così è completamente contrario al mio carattere."

Fatto sta che quell'atteggiamento costò a Zeke l'esclusione dal Dream Team di Barcellona.
Jordan che già mal sopportava Isiah per via di una congiura che questi aveva ordito nei suoi confronti all'All Star Game del 1985 quando, invidioso per il clamore che quel rookie di Chicago suscitava, aveva obbligato i compagni ad estrometterlo dal gioco, non lo volle nel gruppo che si apprestava a conquistare il mondo in quel di Barcellona.

Gli anni più belli di Thomas erano ormai alle spalle.
Isiah giocò altre tre stagioni nella NBA, travagliate da infortuni vari. Durante l'ultima Regular Season, la 1993-94, disputò appena 58 partite.
Al termine di quell'anno si ritirò.

Chiuse la sua carriera NBA con 18.822 punti e 9.061 assist in 979 partite di Regular Season.
19.2 punti e 9.3 assist a partita.
Quarto di sempre per media assist alle spalle di Magic, Stockton e Robertson.
E' il leader all time dei Pistons in punti, assist, recuperi e partite giocate.

Finiva così la carriera del più grande piccolo di sempre …. una definizione che Thomas stesso odiava.

Ebbe infatti modo di dire:

“La gente dice sono il più grande nanerottolo di sempre. Poi si chiede se il più grande in assoluto sia stato Jordan o Magic o Bird. Ebbene, datemi i loro centimetri e abbassate loro alla mia statura, poi ne riparliamo circa il migliore di sempre!"