Le
origini del basket italiano
E' il 1907 quando a Siena, la signorina Ida Nomi Venerosi
Pesciolini, dopo aver tradotto il regolamento di Naismith ed essersi fatta
un'idea sommaria del nuovo sport, ne insegna i principi di base alle
giovanissime allieve della Mens Sana in Corpore Sano che, in divisa da
marinarette, con blusa bianca e gonna blu, si esibiscono a Venezia nella
"palla al cerchio, gioco ginnastico per giovinette", allo stadio
militare di Sant'Elena durante il Concorso Ginnastico Nazionale di quello
stesso anno.
Nel 1910 il prof. Guido Graziani , di ritorno dalla Niagara
University, traduce per le Forze Armate il regolamento naismithiano.
L'impulso maggiore si ha tuttavia durante la prima guerra
mondiale Nella Parigi del 1913 i soldati del contingente americano non
rinunciano al basket: giocando piccole partite, esercitandosi, facendo
proseliti, insegnando fondamentali. A Parigi, con un importante incarico
dell'YMCA, c'è anche Naismith che, concluse le ostilità, si dà da fare perché nel
programma delle “Olimpiadi militari interalleate” di Joinville Le Pont del
1919, venga inserito anche un torneo di basket. Si disputa così quello che
viene considerato il primo torneo internazionale, tra le squadre degli eserciti
alleati. In finale gli USA battono la Francia 93 a 8 e l'Italia per 55 a 17, ma
la nostra squadra supera i francesi per 15 a 11.
Nel 1915 negli Usa viene unificato il regolamento.
L’ 8 giugno 1919: si disputa la prima partita ufficiale di
basket che si ricordi in Italia.
Si gioca all'Arena di Milano, tra la II Compagnia
Automobilisti di Monza e gli Avieri della Malpensa. La gara finisce in parità,
11 a 11, di fronte a un pubblico eccezionale, oltre trentamila persone.
L'enorme afflusso si spiega non tanto per la considerazione di cui godeva il
basket (assai scarsa allora), ma perchè quel giorno sulla pista dell'Arena, si
concludeva il Giro ciclistico d'Italia e tutti attendevano che dal
sottopassaggio sbucasse fuori trionfalmente la maglia rosa di Costante
Girardengo .
Nel 1920 i soldati americani importano nella grande
Russia il nuovo sport già conosciuto e praticato nelle repubbliche autonome di
Lettonia, Lituania ed Estonia le quali avrebbero assimilato in fretta il nuovo
gioco e dominato in Europa fino alla seconda guerra mondiale. Un gruppo di
marinai baltici allestisce un campo in una piazza di Leningrado dando vita
alla prima partita in terra russa che incuriosisce ed entusiasma i cittadini
sovietici, facendo scoccare quella scintilla che consentirà al basket sovietico
di divenire la seconda potenza cestistica mondiale in campo maschile e la prima
in assoluto in campo femminile, arricchendosi ulteriormente, dal '45 in poi,
del massiccio contributo tecnico delle già affermate scuole baltiche.
Nel 1921 viene costituita la Federazione Italiana Basketball.
Nel 1922 s'inizia il primo campionato nazionale che sarà
vinto dall'ASSI di Milano.
Il 1924 propone nuovamente il basket come sport dimostrativo
alle Olimpiadi di Parigi. In Italia ha luogo il primo campionato femminile,
vinto dalle ragazze del Club Atletico Torino.
1925/1926: cambia il quadro politico, il fascismo sale al
potere, la FIB si trasforma in Federazione Italiana Palla Al Cerchio e nasce
anche la Nazionale che bagna il suo esordio, il 4 aprile 1926, con una vittoria
a Milano sulla Francia per 23 a 17.
Lo sviluppo del basket è rapido, segue una strada autonoma.
Negli Stati Uniti procede al galoppo e le distanze tecniche e organizzative
rispetto all'Europa aumentano rapidamente. Nello stesso Vecchio Continente
la mancanza di rapporti di interscambio tra le diverse isole che si sono venute
a formare determinano regolamenti ed interpretazioni del gioco assai
differenti, che di comune possiedono ormai unicamente la "base"
naismithiana, le poche norme che caratterizzavano la iniziale filosofia di
questo nuovo sport.
La prima svolta si ha nel 1927, quando lo Springfield College
e l’organizzazione mondiale delle YMCA istituiscono a Ginevra, sotto la
direzione di Elmer Berrv , la Scuola Internazionale di Educazione Fisica.
Ginevra diviene ovviamente un centro propulsore per la diffusione del basket.
Leon Bouffard fonda una Lega che si trasforma più tardi nella Amateur
Basketball Association of Switzerland, nata in un pub, il Cafè de la Bourse,
per molti anni centro della vita cestistica svizzera. L'organizzazione si
inserisce nella IAHF, la Federazione Internazionale di Pallamano, provocando
attriti con le altre organizzazioni nazionali.
In Italia lo sport vive un periodo di crisi nel 1929. Si
affida a una gestione commissariale assegnata ad Augusto Turati, poi viene
affiliato alla Federazione Ginnastica sotto la presidenza di Alberto Buriani,
trasformandosi in FIPAC (Federazione Italiana di Palla a Canestro). Si
trasferisce a Roma, commissario straordinario Giuseppe Corbari, e assume
l'attuale denominazione di FIP (Federazione Italiana Pallacanestro).
Nel maggio del 1930 si inizia il lento ma poderoso lavoro
politico per restituire indipendenza a questo sport e soprattutto per
riunificarlo su basi comuni. William Renato Jones (nazionalità inglese, nato a
Roma, studi compiuti a Springfield e poi a Ginevra) accompagna la nazionale
elvetica a Roma per un incontro con la nazionale italiana (finisce, per la
cronaca, 36 a 13 per gli azzurri). Dal suo incontro con Aldo Nardi , nasce un
movimento di opinione.
Il 10 dicembre 1931 la situazione si normalizza con
l'elezione al vertice della FIP di Giorgio Asinari di San Marzano
che contribuirà all'affermazione del basket non solo in Italia ma anche in
Europa collaborando strettamente con William R. Jones nel fondare ed animare la
FIBA .
Il 18 giugno 1932 l'attività del movimento consente, su
invito di Elmer Berry, di riunire a Ginevra i delegati di otto federazioni
internazionali (Attilio Ponisio, Siemon Mavroshufis, John Abadjoglou, Giorgio
Asinari di San Marzano, Joseph Shadeiko, Henry Brandt, D.D. Teica, Leon
Bouffard, Maurice Abramowicz, Emile Huguenin, Henry Luciri, Ladislav Kapucian e
gli osservatori di Ungheria e Bulgaria) per unificare i regolamenti e
organizzare una Federazione Internazionale autonoma.
Al "Pointe de la Bise" come ricorda Jones nel suo
libro "The Basketball World ", nasce la FIBA che ha Leon Bouffard
come suo primo presidente, Asinari di San Marzano vice presidente, William R.
Jones segretario generale, Abramowicz tesoriere, Braceras e Brandt
consiglieri. Al Café de la Bourse si decide il giorno dopo che la sede
ufficiale della FIBA sarebbe stata quella del suo segretario generale e cioè
Roma.
Nel 1933 il basket entra nel programma dei Giochi
Universitari , a Torino
Nel 1934 "Le Filet de Sole", un ristorante di
Lione, entra nella storia della FIBA perché è lì che si conclude un intenso
lavoro di tre giorni che, con la collaborazione di Samuel Ybargoyen, un
uruguayano professore di educazione fisica all'YMCA di Torino, produce il nuovo
Regolamento Tecnico.
Il CIO riconosce la IAHF e definisce la FIBA gruppo
dissidente.
A febbraio 1935, ad Oslo, giunge il riconoscimento da
parte del massimo organismo olimpico e si ottiene l'inserimento del basket come
disciplina ufficiale nel programma dei Giochi del 1936 a Berlino.
La FIBA organizza i primi campionati europei maschili, vinti, a Ginevra, dalla
Lettonia.
A Berlino nel 1936 Naismith, ormai settantacinquenne,
corona il suo sogno alzando la prima palla a due del basket olimpico.
L'inserimento della pallacanestro nel programma dei Giochi
Olimpici accelera lo sviluppo della disciplina in Europa, ma il passo decisivo
viene purtroppo offerto proprio dalla seconda guerra mondiale. L'Europa, il
mondo intero, sono sconvolti dall'evento bellico, ma l'esercito americano
importa il vero basket offrendo piccoli momenti di evasione dalla tragica,
sanguinosa realtà quotidiana.
Palla al cerchio, palla al cesto, palla al canestro,
pallacanestro: con i nomi si precisano assai bene i quattro stadi
dell'evoluzione del basket in Italia. Sempre tanto entusiasmo all'inizio, ma
molta provvisorietà; organizzazione crescente, diffusione sempre migliore
attraverso ulteriori significative tappe fino a giungere, dopo gli anni bui
della seconda guerra mondiale e la faticosa pionieristica ricostruzione, al
"boom" della seconda metà degli anni Sessanta, al consolidamento e al
geometricamente progressivo sviluppo degli anni Settanta, alla definitiva
stabilizzazione del basket come secondo sport di squadra in Italia, dopo il calcio,
ma soprattutto come disciplina ricca di fermenti innovativi, non solamente
tecnici ma anche organizzativi e diffusionali, all'avanguardia nel panorama
sportivo italiano.
Poi la storia recente una vicenda fatta di atti di coraggio, di ardito
professionismo dirigenziale e tecnico, di una crescente passione popolare che
si riflette nella ricchezza dei numeri che il vertice può vantare e che sfoggia
nelle cifre di pubblico e di incasso, mentre la diffusione ed il seguito
popolare legittimano la nascita di nuove strutture per il basket che vanno ad
arricchire il non certo cospicuo patrimonio immobiliare dello sport italiano.
Il basket ha trovato negli anni il suo humus nei piccoli centri, economicamente
e socialmente disponibili a recepire questa realtà agonistica, ma non tanto
ricchi da consentire una potente espressione dello sport nazionale che resta
legata al calcio pluricampione del mondo. Il basket campione d'Europa ed
Intercontinentale ha affondato radici profonde in piccole città come Varese,
Caserta, Cantù, Rieti, divenendo un fatto di costume cittadino, entrando nella
vita della gente, ottenendo dall'entusiasmo e dalla passione popolare il
riconoscimento più valido e significativo della giustezza di una politica
accorta ma avveniristica, spinta sempre più avanti e più in alto, in continua
evoluzione e che, a poco più di un secolo dalla sua invenzione, non conosce
limiti, né prevede obiettivi finali.
Cresce la disciplina, paradossalmente cresce l'altezza media
di chi lo pratica (e i giganti non sono più i "mostri" di trent'anni
fa), cresce inevitabilmente la fantasia di chi lo gestisce per trovare
correttivi tecnici che servano ad equilibrare scompensi e disfunzioni
progressivamente verificabili in uno sport in cui l'altezza e la potenza fisica
giocano un ruolo importante, alla pari dell'abilità, della saggezza tattica e
dell'intelligenza individuale.
Il basket, insomma, è sport speculativo e stimolante, ed è proprio questa
caratteristica che lo fa amare dal pubblico, per la sua vasta gamma di soluzioni,
per punteggi sempre diversi, sempre abbondanti, che coinvolgono sia la squadra
sia i singoli protagonisti offrendo motivi di interesse variati e tutti
ugualmente validi. La sua dinamicità di base, maturata anno dopo anno, partendo
dalla statica realizzazione del gioco che fece Naismith nel lontano 1891, lo
rende sempre nuovo, sempre appassionante sul campo e lo rende tale anche a
tavolino, sia sulla lavagna del coach, sia sui libri mastri del manager, sia
nella mente e nelle iniziative di chi ha il compito e la responsabilità di
gestire una disciplina che non ammette pause né soste intellettuali o fisiche.
La strada per raggiungere questo traguardo (che non può considerarsi l'ultimo)
è stata lunga, costellata di personaggi, di episodi, di fatti, che l’hanno
spesso trasformata in leggenda.
Esaltanti momenti di gloria nella rincorsa al superamento di un gap
strutturale, fisiologico e psicologico che più volte si è risentito in maniera
pesante. Tuttavia gli uomini del nostro basket ci sono riusciti, scrivendo
pagine ricche di umanità lungo un cammino che, partito dalla palla al cerchio,
è approdato al basket. Realtà sportiva che ha quasi completato la lunga curva
che la riconduce alla realtà da cui ha tratto origine ed esempio: gli Stati
Uniti. Non c'è mitizzazione di un sistema in queste parole, ma solamente il
riconoscimento della validità strutturale di una indiscutibile organizzazione
sociale e sportiva. Negli USA il basket è nato e ha raggiunto vertici
ineguagliabili soprattutto per l'esistenza di una base atletica di prim'ordine.
Il rendersi conto attraverso i risultati e i confronti e i rapporti che il gap,
chiaramente incolmabile interamente, è andato via via riducendosi, non può che
dare una legittima e grande soddisfazione a chiunque abbia vissuto direttamente
o indirettamente, da protagonista, da osservatore, da appassionato,
l'evoluzione della pallacanestro, contribuendo in misura importante alla sua
realizzazione.
Torniamo al 1931, alla neonata FIP, agli sforzi che nei primi anni Trenta si
effettuano per uscire dall'approssimazione strutturale. L'opera di Asinari di
San Marzano è intensa, soprattutto consegna all'immagine del basket italiano un
ruolo fondamentale per impegno organizzativo e per convinzione nella validità e
nel significato della disciplina. Con San Marzano l'Italia è sempre in trincea
nelle prime battaglie che si rendono necessarie per dare indipendenza politica
in campo internazionale a uno sport che è tra gli ultimi nati e che deve
pagare, come abbiamo visto, un pesante pedaggio prima di affrancarsi e vedersi
riconoscere autonomia e collocazione originale nel quadro dello sport mondiale.
Il ruolo italiano a livello dirigenziale e organizzativo è sempre stato di
primo piano, sicuramente anche superiore al ruolo tecnico e agonistico. Lo
conserva negli anni, lo riafferma nel gennaio 1982 promuovendo e ospitando a
Roma (dove il grande basket mezzo secolo prima aveva tratto linfa, originali
intuizioni e coraggiose iniziative) la prima Conferenza straordinaria della
FIBA per dibattere, analizzare, approfondire i problemi che si presentano per
un futuro talmente imminente da non consentire rinvii o trascuratezze.
È un titolo di merito che il nostro basket vanta, e che si unisce alle poche
punte agonistiche raggiunte per confermare la validità di una struttura e di un
ambiente fondamentalmente sano, ricco di idee, di entusiasmo, di ambiziosi
progetti.
È l'America a dare la spinta decisiva per il decollo del basket in Europa. Nel
1936 a Berlino la nazionale statunitense e in generale le altre squadre della
medesima scuola offrono della pallacanestro un'interpretazione sconosciuta nel
vecchio continente. Del resto, negli Usa il regolamento era stato unificato nel
1915, in Europa quasi vent'anni dopo.
In America aveva vissuto uno sviluppo in proporzione geometrica, in Europa
s'era immobilizzato in confini chiusi dalle crescenti ostilità politiche.
Tra i due movimenti c'era più di uno spazio generazionale.
L'Europa se ne rende conto finita la guerra quando "sfida" gli
americani e riceve lezioni memorabili. Ma è l'America a venire in aiuto
offrendo esempi da imitare. In Italia la svolta viene da Ferrero che torna
dalla prigionia in India e racconta schemi nuovi e un diverso modo di giocare
il basket, meno statico, più dinamico, più moderno.
La Nazionale viene affidata a Van Zandt, un capitano nero dell'Athletic
Department che veniva dall'Arkansas e si era diplomato a Chicago in educazione
fisica. La Federazione si rinnova, affidata a Decio Scuri, Van Zandt predica un
verbo cestistico del tutto nuovo.
Lo ricordava negli anni ‘80 Valerio Bianchini:
“Quale fu l'importanza del passaggio di Elliott Van Zandt
nella nostra pallacanestro è cosa assai difficile da valutare, ma ancor più
difficile è immaginare quale avrebbe potuto essere il progresso del nostro
basket se solo gli allenatori e il pubblico avessero avuto quel poco di
modestia necessaria ad ascoltare fino in fondo la lezione del negro
dell'Arkansas. La giubilazione di VanZandt, dopo quattro anni
di serissimo ed appassionato lavoro alla guida dei colori italiani è una grossa
macchia che gravita sulla coscienza della nostra pallacanestro e la
superficialità con cui allora si accolse (o meglio non si accolse) l'accorato
invito del primo vero coach approdato in Italia, all' esercizio instancabile dei
fondamentali, la si può valutare appieno solo vent'anni dopo (sembra il romanzo
di Dumas) quando, in pieno boom del basket, dopo un quarto e quinto posto alle
Olimpiadi di Roma e di Tokyo e una Coppa Europea di marca milanese, allorché
chiamammo Lou Carnesecca un pò per sentire cose nuove e un pò per
convincerci di essere sulla strada giusta, ci sentimmo ripetere, nella eco del
povero Van Zandt, le parole: “foundamentals, foundamentals, foundamentals!”
A Londra, nel 1948, vincono ancora gli Usa.
Nel 1950, Jay Archer (un oriundo calabrese, in realtà si
chiamava Arceri), inventa il minibasket che viene introdotto in Italia solo nel
1965 , determinando una grande diffusione di base.
A Helsinki nel 1952 esordiscono i sovietici e si
propongono immediatamente come seconda forza mondiale. La scuola baltica offre
il nerbo ai russi che possono contare sull'enorme materiale umano di uno
sconfinato territorio. L'Italia non riesce ad emergere.
A Melbourne nel 1956 la nostra nazionale non partecipa
nemmeno: il coach azzurro ora è Jim McGregor, il rosso gitano del basket
mondiale, il profeta del pressing, del gioco libero, dello spettacolo.
Cede il suo posto a Nello Paratore, un italiano nato e vissuto in Egitto,
cresciuto alla scuola di O'Harris, che riesce a portare la Nazionale del Nilo
alla vittoria nel campionato europeo del 1949, dopo il terzo posto di Praga.
Nel 1960 Paratore guida gli azzurri alle Olimpiadi di Roma.
E' in questo anno che storicamente ha inizio la grande evoluzione del basket
italiano.
I Giochi Olimpici dotano Roma di grandi impianti, il Palazzetto dello Sport e
il Palazzo dello Sport, 17.000 spettatori.
Vincono ovviamente gli statunitensi: Oscar Robertson, Walt Bellamy, Jerry
Lucas, ed ancora West, Imhoff, Dischingerin.
L'Italia cede 54 a 88 a quello squadrone: basti pensare che il più lungo era
Calebotta, 2.04, un dalmata (era nato a Spalato) di origine albanese
discendente addirittura di un re, Skanderberg. L'Italia è quarta, fa scoprire
al grande pubblico l'esistenza di uno sport appassionante com’è il basket.
Tuttavia bisogna attendere il 1965 per una nuova svolta storica. A Scuri
succede alla presidenza federale Claudio Coccia. Viene autorizzato il
tesseramento di uno straniero per squadra e, tra gli altri, giunge a Padova
Douglas Moe. Lo allena Asa Nikolic. Moe è il top scorer del campionato (674
punti, 30,6 di media).
In quegli anni Riminucci realizza un'impresa eccezionale: 77 punti in una sola
partita.
Nel 1965 viene introdotto anche il minibasket.
Nel 1966 giunge Bill Bradley: ha una borsa di studio per
Oxford. Prima di affrontare l'avventura nella NBA con i Knickerbockers, porta
il Simmenthal Milano di Cesare Rubini e Sandro Gamba (non a caso il
responsabile del settore azzurro e il coach delle imprese più belle della
Nazionale tra il 1980 e il 1985) alla conquista della Coppa dei Campioni, un
titolo europeo per club che la squadra milanese strappa nella finale di Bologna
allo Slavia Praga dopo avere eliminato il glorioso Real Madrid di Luyk che già
da qualche anno aveva infranto il tradizionale predominio sovietico.
I grandi campioni americani determinano il reale decollo del basket in Italia.
Sono grandi personaggi, ricchi di spessore umano oltre che di grande abilità
tecnica. Il basket di club, con l'aiuto degli americani, si avvia a dominare in
Europa.
Nel 1969 a Paratore subentra Giancarlo Primo alla guida della
Nazionale. È lui dunque a firmare i primi successi del basket azzurro che si
impone come terza forza continentale alle spalle di Urss e Jugoslavia che può
contare su grandissimi campioni come Djuric, Korac, Skansi prima e Kicanovic,
Dalipagic, Delibasic, Jerkov e Slavnic poi.
Nel 1970 la Nazionale ottiene il primo grande successo a
Lubiana battendo, nei Campionati del Mondo, per la prima volta gli USA forti di
Bill Walton e di Tal Brody che avrebbe poi scelto di vivere e giocare in
Israele.
L'Ignis Varese, che scopre Dino Meneghin, raggiunge per dieci volte consecutive
(allenata da Nikolic prima e da Gamba, Nicola Messina e Rusconi poi) la
finale di Coppa dei Campioni vincendola cinque volte.
Il 1971 vede la Nazionale tornare a medaglia nei Campionati
Europei ad Essen.
Nel 1974 la Nazionale femminile vince il bronzo a Cagliari e
il basket italiano cambia volto.
Per primo in Europa ed anche in Italia, tra gli altri sport
di squadra, guarda decisamente agli USA ed alla NBA introducendo la formula
altamente spettacolare dei play off. Il successo è immediato. Aumenta il
livello tecnico del gioco ed esplode l'interesse del pubblico. Il basket si
avvia a diventare realmente disciplina all'avanguardia, sempre attenta ai gusti
della gente e ad appropriarsi delle novità più stimolanti. Il provvedimento è
coraggioso. Amplia il massimo campionato ed inserisce d’ufficio le città più
grandi cercando di portare il basket di elite in maniera uniforme in tutto il
Paese. La pallacanestro si avvia a diventare metropolitana, anche se il
processo è ancora lungo e si realizzerà solo dieci anni più tardi con il
ritorno di Milano (che aveva monopolizzato gli anni cinquanta e sessanta) e
Roma (forte negli anni trenta) ai vertici scoprendo piazze entusiaste, serbatoi
inesauribili di pubblico, soprattutto il nuovo massiccio interesse dei mass
media.
Nel 1975 a Belgrado, la Nazionale è medagliata nei Campionati
Europei e soprattutto batte per la prima volta gli USA a casa loro nel 1975 a
Providence (79 a 75 contro una squadra che comprendeva Lee, Hasset, Grunfeld,
La Garde, Rollins e Parish). Nel frattempo l'evoluzione del basket si consolida
sotto la presidenza di Enrico Vinci che succede a Coccia.
Nel 1976, dopo la delusione di Città del Messico (ottavi con
Paratore) e la beffa di Monaco (quarti, bronzo perso di un punto contro Cuba
nell'Olimpiade vinta per la prima volta dall'Urss in maniera rocambolesca e
assai discussa), la Nazionale giunge quinta a Montreal dopo aver perduto la
qualificazione per le finali, ancora di un punto.Nello stesso anno la Nazionale supera, per la prima volta
nella sua storia, l'Urss a Roseto.
E' il 1977 e l'Italia batte l'Urss in una competizione
ufficiale a Liegi.
Nel 1978 perde, nuovamente di un punto, il bronzo
ai Mondiali di Manila cedendo al Brasile per un canestro di Marcel ad un
secondo dalla fine. Lo stesso Marcel giocherà poi in Italia.
Dopo Montreal, il basket accetta due stranieri per squadra.
Giungono grandi campioni. alcuni di grande prestigio e di illustre passato:
Haywood, Wright, Gianelli, Brewer, Landsberger e Bob McAdoo, gente che ha
vinto il campionato della NBA. Ex campioni olimpici come Lagarde, Sheppard,
Scott May, e ancora Chones, Bantom, Jeelani, Shelton, Steve Hawes, Tom
McMillen, Javaroni, Laimbeer, Reggie Johnson, Owens, J.B. Carroll, Nater,
Bryant e George Gervin.
Grandissimi giocatori, non tutti al termine della carriera, che segnano il
definitivo decollo del basket italiano.
Vinci dà alla Federazione un'impronta di stampo manageriale, all'avanguardia in
Italia e in Europa. E' la Segreteria (Petrucci prima, poi Massimo Ceccotti) a
realizzarla, a decentrare funzioni, a snellire il complesso apparato
burocratico, a gestire il basket come una moderna azienda di successo.
La Lega di Serie A presieduta addirittura da un Ministro, l'On. Gianni De
Michelis, cerca contatti con la NBA, lo "spaghetti circuit" trova
credibilità e ascolto anche negli USA, l'esperienza del basket di vertice
italiano segna una traccia per l'evoluzione del basket europeo.
E giungono infine anche i risultati di rilievo. Alle
Olimpiadi del 1980 l'Italia batte i sovietici in casa loro a Mosca e
conquista la medaglia d'argento olimpica alle spalle di una grandissima
Jugoslavia. La risonanza dell'evento è enorme.
Nel 1983 la Nazionale di Gamba conquista a Nantes per la
prima volta il titolo di Campione d'Europa.
Questa vittoria apre scenari diversi per il basket italiano
che vive negli anni ’80 il suo momento magico . Con i successi delle squadre di
club nelle competizioni internazionali ( Milano , Roma e Cantù in primis ) e
una sempre crescente popolarità televisiva, il numero di iscritti aumenta e con
gli investimenti di molti gruppi economici arrivano in Italia “star” di prima
grandezza. Per tutto il decennio ogni squadra del campionato schiera due
giocatori stranieri di altissimo livello provenienti dall’ NBA ( ad esempio Mc
Adoo, Richardson, Joe Barry Carrol … ) e anche dalla ex-jugoslavia ( Dalipagic
su tutti ) o da altre parti del mondo ( Oscar Schmidt ) .
Gli anni ’90 iniziano scorrono via nel segno dell’austerity
per molte piazze storiche : unica eccezione Bologna che porta le due società
Virtus e Fortitudo ai vertici italiani prima ed europei dopo. Storica la
doppietta della Virtus targata Kinder nel 1998 quando vinse l’Eurolega a
Barcellona in finale sull’ Aek Atene e lo scudetto in una serie di 5
straordinarie partite nella stracittadina con la Fortitudo targata Teamsystem .
Gara-5 sarà inevitabilmente segnata dal più grande giocatore del decennio
italiano: la guardia serba Predrag “Sasha” Danilovic . Con 8 secondi da giocare
e con la Virtus sotto di 4 punti , Danilovic mette a segno una giocata
incredibile realizzando un gioco da 4 punti ( canestro da 3 più fallo di
Dominique Wilkins ) che porta le sorti del match in parità . Sul capovolgimento
di fronte il play della Fortitudo David Rivers perde la palla e consegna le
sorti della finale in un overtime in cui la Virtus domina un’avversaria
“crollata” di testa. Lo stesso Danilovic in conferenza stampa pronuncerà una
frase rimasta nella storia del basket : “IO PUO’ !”
Il decennio italiano si chiude con uno straordinario successo
della nazionale allenata dal serbo-bosniaco Bogdan Tanjievic agli europei di
Parigi , un’edizione che consegna alla storia del basket giocatori azzurri di
altissimo livello come Gregor Fucka e Carlton Myers.
Non meno denso di soddisfazione è l’inizio del terzo
millennio per i colori azzurri con la conquista di un bronzo Europeo ( 2003 ) e
di un argento olimpico ( 2004 ) per un nazionale allenata da Carlo Recalcati
che , pur priva di stelle di prima grandezza fa dell’intensità e della
determinazione mentale le proprie armi.
L’ultimo alloro europeo di club viene conquistato dalla
Virtus di Ettore Messina , considerato unanimemente il più grande allenatore
italiano degli ultimi 10 anni , che nel 2001 mette a segno una triplice
vittoria conquistando lo scudetto, l’ Eurolega e la coppa Italia.
E adesso si aprono nuove frontiere per chi lavora in questo
sport.
La scuola tecnica italiana è cresciuta notevolmente dalla
fine degli anni ’90 e sono molti gli allenatori “esportati” per insegnare
basket in tutta europa . Oltre al già citato Messina merita ricordare Sergio
Scariolo, da anni in Spagna e Andrea Mazzon che in Grecia ha fatto molto bene .
Nel 2006 Andrea Bargnani , ala romana della Benetton Treviso
è stato scelto come numero-1 assoluto dai Toronto Raptors al draft NBA e nel
2007 è stato raggiunto da Marco Belinelli, guardia della Fortitudo Bologna ,
scelto con il numero 18 dai Golden State Warriors.
L’Italian style è evidentemente molto apprezzato anche al di
la dell’oceano.