Le origini del basket italiano

 

E' il 1907 quando a Siena, la signorina Ida Nomi Venerosi Pesciolini, dopo aver tradotto il regolamento di Naismith ed essersi fatta un'idea sommaria del nuovo sport, ne insegna i principi di base alle giovanissime allieve della Mens Sana in Corpore Sano che, in divisa da marinarette, con blusa bianca e gonna blu, si esibiscono a Venezia nella "palla al cerchio, gioco ginnastico per giovinette", allo stadio militare di Sant'Elena durante il Concorso Ginnastico Nazionale di quello stesso anno.

Nel 1910 il prof. Guido Graziani , di ritorno dalla Niagara University, traduce per le Forze Armate il regolamento naismithiano.

L'impulso maggiore si ha tuttavia durante la prima guerra mondiale Nella Parigi del 1913 i soldati del contingente americano non rinunciano al basket:  giocando piccole partite, esercitandosi, facendo proseliti, insegnando fondamentali. A Parigi, con un importante incarico dell'YMCA, c'è anche Naismith che, concluse le ostilità, si dà da fare perché nel programma delle “Olimpiadi militari interalleate” di Joinville Le Pont del 1919, venga inserito anche un torneo di basket. Si disputa così quello che viene considerato il primo torneo internazionale, tra le squadre degli eserciti alleati. In finale gli USA battono la Francia 93 a 8 e l'Italia per 55 a 17, ma la nostra squadra supera i francesi per 15 a 11.

Nel 1915 negli Usa viene unificato il regolamento.

L’ 8 giugno 1919: si disputa la prima partita ufficiale di basket che si ricordi in Italia.

Si gioca all'Arena di Milano, tra la II Compagnia Automobilisti di Monza e gli Avieri della Malpensa. La gara finisce in parità, 11 a 11, di fronte a un pubblico eccezionale, oltre trentamila persone. L'enorme afflusso si spiega non tanto per la considerazione di cui godeva il basket (assai scarsa allora), ma perchè quel giorno sulla pista dell'Arena, si concludeva il Giro ciclistico d'Italia e tutti attendevano che dal sottopassaggio sbucasse fuori trionfalmente la maglia rosa di Costante Girardengo .

Nel 1920 i soldati americani importano nella grande Russia il nuovo sport già conosciuto e praticato nelle repubbliche autonome di Lettonia, Lituania ed Estonia le quali avrebbero assimilato in fretta il nuovo gioco e dominato in Europa fino alla seconda guerra mondiale. Un gruppo di marinai baltici allestisce un campo in una piazza di Leningrado dando vita alla prima partita in terra russa che incuriosisce ed entusiasma i cittadini sovietici, facendo scoccare quella scintilla che consentirà al basket sovietico di divenire la seconda potenza cestistica mondiale in campo maschile e la prima in assoluto in campo femminile, arricchendosi ulteriormente, dal '45 in poi, del massiccio contributo tecnico delle già affermate scuole baltiche.

Nel 1921 viene costituita la Federazione Italiana Basketball.

Nel 1922 s'inizia il primo campionato nazionale che sarà vinto dall'ASSI di Milano.

Il 1924 propone nuovamente il basket come sport dimostrativo alle Olimpiadi di Parigi. In Italia ha luogo il primo campionato femminile, vinto dalle ragazze del Club Atletico Torino.

1925/1926: cambia il quadro politico, il fascismo sale al potere, la FIB si trasforma in Federazione Italiana Palla Al Cerchio e nasce anche la Nazionale che bagna il suo esordio, il 4 aprile 1926, con una vittoria a Milano sulla Francia per 23 a 17.

Lo sviluppo del basket è rapido, segue una strada autonoma. Negli Stati Uniti procede al galoppo e le distanze tecniche e organizzative rispetto all'Europa aumentano rapidamente. Nello stesso Vecchio Continente la mancanza di rapporti di interscambio tra le diverse isole che si sono venute a formare determinano regolamenti ed interpretazioni del gioco assai differenti, che di comune possiedono ormai unicamente la "base" naismithiana, le poche norme che caratterizzavano la iniziale filosofia di questo nuovo sport.

La prima svolta si ha nel 1927, quando lo Springfield College e l’organizzazione mondiale delle YMCA istituiscono a Ginevra, sotto la direzione di Elmer Berrv , la Scuola Internazionale di Educazione Fisica.
Ginevra diviene ovviamente un centro propulsore per la diffusione del basket. Leon Bouffard fonda una Lega che si trasforma più tardi nella Amateur Basketball Association of Switzerland, nata in un pub, il Cafè de la Bourse, per molti anni centro della vita cestistica svizzera. L'organizzazione si inserisce nella IAHF, la Federazione Internazionale di Pallamano, provocando attriti con le altre organizzazioni nazionali.

In Italia lo sport vive un periodo di crisi nel 1929. Si affida a una gestione commissariale assegnata ad Augusto Turati, poi viene affiliato alla Federazione Ginnastica sotto la presidenza di Alberto Buriani, trasformandosi in FIPAC (Federazione Italiana di Palla a Canestro). Si trasferisce a Roma, commissario straordinario Giuseppe Corbari, e assume l'attuale denominazione di FIP (Federazione Italiana Pallacanestro).

Nel maggio del 1930 si inizia il lento ma poderoso lavoro politico per restituire indipendenza a questo sport e soprattutto per riunificarlo su basi comuni. William Renato Jones (nazionalità inglese, nato a Roma, studi compiuti a Springfield e poi a Ginevra) accompagna la nazionale elvetica a Roma per un incontro con la nazionale italiana (finisce, per la cronaca, 36 a 13 per gli azzurri). Dal suo incontro con Aldo Nardi , nasce un movimento di opinione.

Il 10 dicembre 1931 la situazione si normalizza con l'elezione al vertice della FIP di Giorgio Asinari di San Marzano che contribuirà all'affermazione del basket non solo in Italia ma anche in Europa collaborando strettamente con William R. Jones nel fondare ed animare la FIBA .

Il 18 giugno 1932 l'attività del movimento consente, su invito di Elmer Berry, di riunire a Ginevra i delegati di otto federazioni internazionali (Attilio Ponisio, Siemon Mavroshufis, John Abadjoglou, Giorgio Asinari di San Marzano, Joseph Shadeiko, Henry Brandt, D.D. Teica, Leon Bouffard, Maurice Abramowicz, Emile Huguenin, Henry Luciri, Ladislav Kapucian e gli osservatori di Ungheria e Bulgaria) per unificare i regolamenti e organizzare una Federazione Internazionale autonoma.

Al "Pointe de la Bise" come ricorda Jones nel suo libro "The Basketball World ", nasce la FIBA che ha Leon Bouffard come suo primo presidente, Asinari di San Marzano vice presidente, William R. Jones segretario generale, Abramowicz tesoriere, Braceras e Brandt consiglieri. Al Café de la Bourse si decide il giorno dopo che la sede ufficiale della FIBA sarebbe stata quella del suo segretario generale e cioè Roma.

Nel 1933 il basket entra nel programma dei Giochi Universitari , a Torino

Nel 1934 "Le Filet de Sole", un ristorante di Lione, entra nella storia della FIBA perché è lì che si conclude un intenso lavoro di tre giorni che, con la collaborazione di Samuel Ybargoyen, un uruguayano professore di educazione fisica all'YMCA di Torino, produce il nuovo Regolamento Tecnico.

Il CIO riconosce la IAHF e definisce la FIBA gruppo dissidente.

A febbraio 1935, ad Oslo, giunge il riconoscimento da parte del massimo organismo olimpico e si ottiene l'inserimento del basket come disciplina ufficiale nel programma dei Giochi del 1936 a Berlino.
La FIBA organizza i primi campionati europei maschili, vinti, a Ginevra, dalla Lettonia.

A Berlino nel 1936 Naismith, ormai settantacinquenne, corona il suo sogno alzando la prima palla a due del basket olimpico.

L'inserimento della pallacanestro nel programma dei Giochi Olimpici accelera lo sviluppo della disciplina in Europa, ma il passo decisivo viene purtroppo offerto proprio dalla seconda guerra mondiale. L'Europa, il mondo intero, sono sconvolti dall'evento bellico, ma l'esercito americano importa il vero basket offrendo piccoli momenti di evasione dalla tragica, sanguinosa realtà quotidiana.

Palla al cerchio, palla al cesto, palla al canestro, pallacanestro: con i nomi si precisano assai bene i quattro stadi dell'evoluzione del basket in Italia. Sempre tanto entusiasmo all'inizio, ma molta provvisorietà; organizzazione crescente, diffusione sempre migliore attraverso ulteriori significative tappe fino a giungere, dopo gli anni bui della seconda guerra mondiale e la faticosa pionieristica ricostruzione, al "boom" della seconda metà degli anni Sessanta, al consolidamento e al geometricamente progressivo sviluppo degli anni Settanta, alla definitiva stabilizzazione del basket come secondo sport di squadra in Italia, dopo il calcio, ma soprattutto come disciplina ricca di fermenti innovativi, non solamente tecnici ma anche organizzativi e diffusionali, all'avanguardia nel panorama sportivo italiano.
Poi la storia recente una vicenda fatta di atti di coraggio, di ardito professionismo dirigenziale e tecnico, di una crescente passione popolare che si riflette nella ricchezza dei numeri che il vertice può vantare e che sfoggia nelle cifre di pubblico e di incasso, mentre la diffusione ed il seguito popolare legittimano la nascita di nuove strutture per il basket che vanno ad arricchire il non certo cospicuo patrimonio immobiliare dello sport italiano.

Il basket ha trovato negli anni il suo humus nei piccoli centri, economicamente e socialmente disponibili a recepire questa realtà agonistica, ma non tanto ricchi da consentire una potente espressione dello sport nazionale che resta legata al calcio pluricampione del mondo. Il basket campione d'Europa ed Intercontinentale ha affondato radici profonde in piccole città come Varese, Caserta, Cantù, Rieti, divenendo un fatto di costume cittadino, entrando nella vita della gente, ottenendo dall'entusiasmo e dalla passione popolare il riconoscimento più valido e significativo della giustezza di una politica accorta ma avveniristica, spinta sempre più avanti e più in alto, in continua evoluzione e che, a poco più di un secolo dalla sua invenzione, non conosce limiti, né prevede obiettivi finali.

Cresce la disciplina, paradossalmente cresce l'altezza media di chi lo pratica (e i giganti non sono più i "mostri" di trent'anni fa), cresce inevitabilmente la fantasia di chi lo gestisce per trovare correttivi tecnici che servano ad equilibrare scompensi e disfunzioni progressivamente verificabili in uno sport in cui l'altezza e la potenza fisica giocano un ruolo importante, alla pari dell'abilità, della saggezza tattica e dell'intelligenza individuale.
Il basket, insomma, è sport speculativo e stimolante, ed è proprio questa caratteristica che lo fa amare dal pubblico, per la sua vasta gamma di soluzioni, per punteggi sempre diversi, sempre abbondanti, che coinvolgono sia la squadra sia i singoli protagonisti offrendo motivi di interesse variati e tutti ugualmente validi. La sua dinamicità di base, maturata anno dopo anno, partendo dalla statica realizzazione del gioco che fece Naismith nel lontano 1891, lo rende sempre nuovo, sempre appassionante sul campo e lo rende tale anche a tavolino, sia sulla lavagna del coach, sia sui libri mastri del manager, sia nella mente e nelle iniziative di chi ha il compito e la responsabilità di gestire una disciplina che non ammette pause né soste intellettuali o fisiche.
La strada per raggiungere questo traguardo (che non può considerarsi l'ultimo) è stata lunga, costellata di personaggi, di episodi, di fatti, che l’hanno spesso trasformata in leggenda.

Esaltanti momenti di gloria nella rincorsa al superamento di un gap strutturale, fisiologico e psicologico che più volte si è risentito in maniera pesante. Tuttavia gli uomini del nostro basket ci sono riusciti, scrivendo pagine ricche di umanità lungo un cammino che, partito dalla palla al cerchio, è approdato al basket. Realtà sportiva che ha quasi completato la lunga curva che la riconduce alla realtà da cui ha tratto origine ed esempio: gli Stati Uniti. Non c'è mitizzazione di un sistema in queste parole, ma solamente il riconoscimento della validità strutturale di una indiscutibile organizzazione sociale e sportiva. Negli USA il basket è nato e ha raggiunto vertici ineguagliabili soprattutto per l'esistenza di una base atletica di prim'ordine. Il rendersi conto attraverso i risultati e i confronti e i rapporti che il gap, chiaramente incolmabile interamente, è andato via via riducendosi, non può che dare una legittima e grande soddisfazione a chiunque abbia vissuto direttamente o indirettamente, da protagonista, da osservatore, da appassionato, l'evoluzione della pallacanestro, contribuendo in misura importante alla sua realizzazione.

Torniamo al 1931, alla neonata FIP, agli sforzi che nei primi anni Trenta si effettuano per uscire dall'approssimazione strutturale. L'opera di Asinari di San Marzano è intensa, soprattutto consegna all'immagine del basket italiano un ruolo fondamentale per impegno organizzativo e per convinzione nella validità e nel significato della disciplina. Con San Marzano l'Italia è sempre in trincea nelle prime battaglie che si rendono necessarie per dare indipendenza politica in campo internazionale a uno sport che è tra gli ultimi nati e che deve pagare, come abbiamo visto, un pesante pedaggio prima di affrancarsi e vedersi riconoscere autonomia e collocazione originale nel quadro dello sport mondiale.

Il ruolo italiano a livello dirigenziale e organizzativo è sempre stato di primo piano, sicuramente anche superiore al ruolo tecnico e agonistico. Lo conserva negli anni, lo riafferma nel gennaio 1982 promuovendo e ospitando a Roma (dove il grande basket mezzo secolo prima aveva tratto linfa, originali intuizioni e coraggiose iniziative) la prima Conferenza straordinaria della FIBA per dibattere, analizzare, approfondire i problemi che si presentano per un futuro talmente imminente da non consentire rinvii o trascuratezze.
È un titolo di merito che il nostro basket vanta, e che si unisce alle poche punte agonistiche raggiunte per confermare la validità di una struttura e di un ambiente fondamentalmente sano, ricco di idee, di entusiasmo, di ambiziosi progetti.

È l'America a dare la spinta decisiva per il decollo del basket in Europa. Nel 1936 a Berlino la nazionale statunitense e in generale le altre squadre della medesima scuola offrono della pallacanestro un'interpretazione sconosciuta nel vecchio continente. Del resto, negli Usa il regolamento era stato unificato nel 1915, in Europa quasi vent'anni dopo.
In America aveva vissuto uno sviluppo in proporzione geometrica, in Europa s'era immobilizzato in confini chiusi dalle crescenti ostilità politiche.

Tra i due movimenti c'era più di uno spazio generazionale. L'Europa se ne rende conto finita la guerra quando "sfida" gli americani e riceve lezioni memorabili. Ma è l'America a venire in aiuto offrendo esempi da imitare. In Italia la svolta viene da Ferrero che torna dalla prigionia in India e racconta schemi nuovi e un diverso modo di giocare il basket, meno statico, più dinamico, più moderno.

La Nazionale viene affidata a Van Zandt, un capitano nero dell'Athletic Department che veniva dall'Arkansas e si era diplomato a Chicago in educazione fisica. La Federazione si rinnova, affidata a Decio Scuri, Van Zandt predica un verbo cestistico del tutto nuovo.


Lo ricordava negli anni ‘80 Valerio Bianchini:

Quale fu l'importanza del passaggio di Elliott Van Zandt nella nostra pallacanestro è cosa assai difficile da valutare, ma ancor più difficile è immaginare quale avrebbe potuto essere il progresso del nostro basket se solo gli allenatori e il pubblico avessero avuto quel poco di modestia necessaria ad ascoltare fino in fondo la lezione del negro dell'Arkansas. La giubilazione di  VanZandt, dopo quattro anni di serissimo ed appassionato lavoro alla guida dei colori italiani è una grossa macchia che gravita sulla coscienza della nostra pallacanestro e la superficialità con cui allora si accolse (o meglio non si accolse) l'accorato invito del primo vero coach approdato in Italia, all' esercizio instancabile dei fondamentali, la si può valutare appieno solo vent'anni dopo (sembra il romanzo di Dumas) quando, in pieno boom del basket, dopo un quarto e quinto posto alle Olimpiadi di Roma e di Tokyo e una Coppa Europea di marca milanese, allorché chiamammo Lou Carnesecca un pò per sentire cose nuove e un pò per convincerci di essere sulla strada giusta, ci sentimmo ripetere, nella eco del povero Van Zandt, le parole: “foundamentals, foundamentals, foundamentals!”

A Londra, nel 1948, vincono ancora gli Usa.

Nel 1950, Jay Archer (un oriundo calabrese, in realtà si chiamava Arceri), inventa il minibasket che viene introdotto in Italia solo nel 1965 , determinando una grande diffusione di base.

A Helsinki nel 1952 esordiscono i sovietici e si propongono immediatamente come seconda forza mondiale. La scuola baltica offre il nerbo ai russi che possono contare sull'enorme materiale umano di uno sconfinato territorio. L'Italia non riesce ad emergere.

A Melbourne nel 1956 la nostra nazionale non partecipa nemmeno: il coach azzurro ora è Jim McGregor, il rosso gitano del basket mondiale, il profeta del pressing, del gioco libero, dello spettacolo.
Cede il suo posto a Nello Paratore, un italiano nato e vissuto in Egitto, cresciuto alla scuola di O'Harris, che riesce a portare la Nazionale del Nilo alla vittoria nel campionato europeo del 1949, dopo il terzo posto di Praga.

Nel 1960 Paratore guida gli azzurri alle Olimpiadi di Roma. E' in questo anno che storicamente ha inizio la grande evoluzione del basket italiano.
I Giochi Olimpici dotano Roma di grandi impianti, il Palazzetto dello Sport e il Palazzo dello Sport, 17.000 spettatori.
Vincono ovviamente gli statunitensi: Oscar Robertson, Walt Bellamy, Jerry Lucas, ed ancora West, Imhoff, Dischingerin.
L'Italia cede 54 a 88 a quello squadrone: basti pensare che il più lungo era Calebotta, 2.04, un dalmata (era nato a Spalato) di origine albanese discendente addirittura di un re, Skanderberg. L'Italia è quarta, fa scoprire al grande pubblico l'esistenza di uno sport appassionante com’è il basket.

Tuttavia bisogna attendere il 1965 per una nuova svolta storica. A Scuri succede alla presidenza federale Claudio Coccia. Viene autorizzato il tesseramento di uno straniero per squadra e, tra gli altri, giunge a Padova Douglas Moe. Lo allena Asa Nikolic. Moe è il top scorer del campionato (674 punti, 30,6 di media).
In quegli anni Riminucci realizza un'impresa eccezionale: 77 punti in una sola partita.
Nel 1965 viene introdotto anche il minibasket.

Nel 1966 giunge Bill Bradley: ha una borsa di studio per Oxford. Prima di affrontare l'avventura nella NBA con i Knickerbockers, porta il Simmenthal Milano di Cesare Rubini e Sandro Gamba (non a caso il responsabile del settore azzurro e il coach delle imprese più belle della Nazionale tra il 1980 e il 1985) alla conquista della Coppa dei Campioni, un titolo europeo per club che la squadra milanese strappa nella finale di Bologna allo Slavia Praga dopo avere eliminato il glorioso Real Madrid di Luyk che già da qualche anno aveva infranto il tradizionale predominio sovietico.
I grandi campioni americani determinano il reale decollo del basket in Italia. Sono grandi personaggi, ricchi di spessore umano oltre che di grande abilità tecnica. Il basket di club, con l'aiuto degli americani, si avvia a dominare in Europa.

Nel 1969 a Paratore subentra Giancarlo Primo alla guida della Nazionale. È lui dunque a firmare i primi successi del basket azzurro che si impone come terza forza continentale alle spalle di Urss e Jugoslavia che può contare su grandissimi campioni come Djuric, Korac, Skansi prima e Kicanovic, Dalipagic, Delibasic, Jerkov e Slavnic poi.

Nel 1970 la Nazionale ottiene il primo grande successo a Lubiana battendo, nei Campionati del Mondo, per la prima volta gli USA forti di Bill Walton e di Tal Brody che avrebbe poi scelto di vivere e giocare in Israele.
L'Ignis Varese, che scopre Dino Meneghin, raggiunge per dieci volte consecutive (allenata da Nikolic prima e da Gamba, Nicola Messina e Rusconi poi) la finale di Coppa dei Campioni vincendola cinque volte.

Il 1971 vede la Nazionale tornare a medaglia nei Campionati Europei ad Essen.

Nel 1974 la Nazionale femminile vince il bronzo a Cagliari e il basket italiano cambia volto.

Per primo in Europa ed anche in Italia, tra gli altri sport di squadra, guarda decisamente agli USA ed alla NBA introducendo la formula altamente spettacolare dei play off. Il successo è immediato. Aumenta il livello tecnico del gioco ed esplode l'interesse del pubblico. Il basket si avvia a diventare realmente disciplina all'avanguardia, sempre attenta ai gusti della gente e ad appropriarsi delle novità più stimolanti. Il provvedimento è coraggioso. Amplia il massimo campionato ed inserisce d’ufficio le città più grandi cercando di portare il basket di elite in maniera uniforme in tutto il Paese. La pallacanestro si avvia a diventare metropolitana, anche se il processo è ancora lungo e si realizzerà solo dieci anni più tardi con il ritorno di Milano (che aveva monopolizzato gli anni cinquanta e sessanta) e Roma (forte negli anni trenta) ai vertici scoprendo piazze entusiaste, serbatoi inesauribili di pubblico, soprattutto il nuovo massiccio interesse dei mass media.

Nel 1975 a Belgrado, la Nazionale è medagliata nei Campionati Europei e soprattutto batte per la prima volta gli USA a casa loro nel 1975 a Providence (79 a 75 contro una squadra che comprendeva Lee, Hasset, Grunfeld, La Garde, Rollins e Parish). Nel frattempo l'evoluzione del basket si consolida sotto la presidenza di Enrico Vinci che succede a Coccia.

Nel 1976, dopo la delusione di Città del Messico (ottavi con Paratore) e la beffa di Monaco (quarti, bronzo perso di un punto contro Cuba nell'Olimpiade vinta per la prima volta dall'Urss in maniera rocambolesca e assai discussa), la Nazionale giunge quinta a Montreal dopo aver perduto la qualificazione per le finali, ancora di un punto.Nello stesso anno  la Nazionale supera, per la prima volta nella sua storia, l'Urss a Roseto.

E' il 1977 e l'Italia batte l'Urss in una competizione ufficiale a Liegi.

Nel 1978 perde, nuovamente di un punto, il bronzo ai Mondiali di Manila cedendo al Brasile per un canestro di Marcel ad un secondo dalla fine. Lo stesso Marcel giocherà poi in Italia.

Dopo Montreal, il basket accetta due stranieri per squadra. Giungono grandi campioni. alcuni di grande prestigio e di illustre passato: Haywood, Wright, Gianelli, Brewer, Landsberger e Bob McAdoo, gente che ha vinto il campionato della NBA. Ex campioni olimpici come Lagarde, Sheppard, Scott May, e ancora Chones, Bantom, Jeelani, Shelton, Steve Hawes, Tom McMillen, Javaroni, Laimbeer, Reggie Johnson, Owens, J.B. Carroll, Nater, Bryant e George Gervin.
Grandissimi giocatori, non tutti al termine della carriera, che segnano il definitivo decollo del basket italiano.

Vinci dà alla Federazione un'impronta di stampo manageriale, all'avanguardia in Italia e in Europa. E' la Segreteria (Petrucci prima, poi Massimo Ceccotti) a realizzarla, a decentrare funzioni, a snellire il complesso apparato burocratico, a gestire il basket come una moderna azienda di successo.
La Lega di Serie A presieduta addirittura da un Ministro, l'On. Gianni De Michelis, cerca contatti con la NBA, lo "spaghetti circuit" trova credibilità e ascolto anche negli USA, l'esperienza del basket di vertice italiano segna una traccia per l'evoluzione del basket europeo.

E giungono infine anche i risultati di rilievo. Alle Olimpiadi del 1980 l'Italia batte i sovietici in casa loro a Mosca e conquista la medaglia d'argento olimpica alle spalle di una grandissima Jugoslavia. La risonanza dell'evento è enorme.

Nel 1983 la Nazionale di Gamba conquista a Nantes per la prima volta il titolo di Campione d'Europa.

Questa vittoria apre scenari diversi per il basket italiano che vive negli anni ’80 il suo momento magico . Con i successi delle squadre di club nelle competizioni internazionali ( Milano , Roma e Cantù in primis ) e una sempre crescente popolarità televisiva, il numero di iscritti aumenta e con gli investimenti di molti gruppi economici arrivano in Italia “star” di prima grandezza. Per tutto il decennio ogni squadra del campionato schiera due giocatori stranieri di altissimo livello provenienti dall’ NBA ( ad esempio Mc Adoo, Richardson, Joe Barry Carrol … ) e anche dalla ex-jugoslavia ( Dalipagic su tutti ) o da altre parti del mondo ( Oscar Schmidt ) .

Gli anni ’90 iniziano scorrono via nel segno dell’austerity per molte piazze storiche : unica eccezione Bologna che porta le due società Virtus e Fortitudo ai vertici italiani prima ed europei dopo. Storica la doppietta della Virtus targata Kinder nel 1998 quando vinse l’Eurolega a Barcellona in finale sull’ Aek Atene e lo scudetto in una serie di 5 straordinarie partite nella stracittadina con la Fortitudo targata Teamsystem . Gara-5 sarà inevitabilmente segnata dal più grande giocatore del decennio italiano: la guardia serba Predrag “Sasha” Danilovic . Con 8 secondi da giocare e con la Virtus sotto di 4 punti , Danilovic mette a segno una giocata incredibile realizzando un gioco da 4 punti ( canestro da 3 più fallo di Dominique Wilkins ) che porta le sorti del match in parità . Sul capovolgimento di fronte il play della Fortitudo David Rivers perde la palla e consegna le sorti della finale in un overtime in cui la Virtus domina un’avversaria “crollata” di testa. Lo stesso Danilovic in conferenza stampa pronuncerà una frase rimasta nella storia del basket : “IO PUO’ !”

Il decennio italiano si chiude con uno straordinario successo della nazionale allenata dal serbo-bosniaco Bogdan Tanjievic agli europei di Parigi , un’edizione che consegna alla storia del basket giocatori azzurri di altissimo livello come Gregor Fucka e Carlton Myers.

Non meno denso di soddisfazione è l’inizio del terzo millennio per i colori azzurri con la conquista di un bronzo Europeo ( 2003 ) e di un argento olimpico ( 2004 ) per un nazionale allenata da Carlo Recalcati che , pur priva di stelle di prima grandezza fa dell’intensità e della determinazione mentale le proprie armi.

L’ultimo alloro europeo di club viene conquistato dalla Virtus di Ettore Messina , considerato unanimemente il più grande allenatore italiano degli ultimi 10 anni , che nel 2001 mette a segno una triplice vittoria conquistando lo scudetto, l’ Eurolega e la coppa Italia.

E adesso si aprono nuove frontiere per chi lavora in questo sport.

La scuola tecnica italiana è cresciuta notevolmente dalla fine degli anni ’90 e sono molti gli allenatori “esportati” per insegnare basket in tutta europa . Oltre al già citato Messina merita ricordare Sergio Scariolo, da anni in Spagna e Andrea Mazzon che in Grecia ha fatto molto bene .

Nel 2006 Andrea Bargnani , ala romana della Benetton Treviso è stato scelto come numero-1 assoluto dai Toronto Raptors al draft NBA e nel 2007 è stato raggiunto da Marco Belinelli, guardia della Fortitudo Bologna , scelto con il numero 18 dai Golden State Warriors.

L’Italian style è evidentemente molto apprezzato anche al di la dell’oceano.